01/06/15

Cookie Law Cookie love

Ah, quanto amore per queste cacchio di robe burocratiche e inutili: Facebook ci mappa anche il culo, basta un cellulare per sapere dove ci troviamo con precisione chirurgica e a me chiedono di mettere tutta una roba ultra tecnica solo per chi viene qui a leggere le quattro vaccare che scrivo. Allora, visto che tanto tra non molto rifarò il sito e probabilmente anche questo blog si trasferirà da qualche altra parte, facciamo che se state qui a leggere, siete informati che questo blog usa cookie, lo fa in automatico, colpa di blogger, perché qui siamo su blogger, e vi mappano loro, non io?
Qui trovate tutto sull'informativa completa, e qui c'è tutto quello che ogni smanettone dovrebbe fare o dovrebbe saper fare per aggiornare le cose su blogger.  Io non ne sono capace, ma tanto come vi dicevo, tra un po' trasferisco baracca, burattini e stronzate da un'altra parte. Quindi facciamo che per quando sarò di là sarà tutto bello e perfetto, e per ora facciamo che avete capito e ce lo facciamo andare bene, si? (Oh, comunque ribadisco, sul sito, che è una cosa tutta fatta bene, l'avviso corretto c'è, eh!)

02/04/15

Facebook for dummies di paese.


Quando anche il prete del tuo paese tuona dal pulpito della chiesa Facebook è la nuova piazza del pettegolezzo, basta! La gente usa Facebook per sparlare e per ottenere qualche like in più capisci che c’è oggettivamente un problema e devi fare qualcosa, soprattutto se non è la prima persona istituzionale a cui senti dirlo.
Quindi ho pensato di tenere questa semplice lezione di “Facebook for dummies di paese” per permettere a tutti di utilizzare Facebook meglio, e togliere qualche peccaminosa e inutile paranoia

1- Facebook non è il male: è male l’utilizzo sbagliato che se ne fa: è un social network che serve per mettere in contatto le persone: sui social si dialoga, si discute, ci si scambiano idee e opinioni e soprattutto si ascolta. Non è un posto da monologhi ma un luogo di scambio. Fruttuoso o meno che sia dipende dall’argomento e dalle persone che state frequentando.
Se vi rendete conto che una persona che vi è amica pubblica solo cazzate non siete obbligati a seguirla, potete toglierla dagli amici, o più semplicemente di fianco all’ennesimo post-cazzata potete cliccare sulla destra la freccina verso il basso, la seconda voce dice non seguire più pinco pallo e magicamente le sue elucubrazioni mentali da Asilo Mariuccia non vi appariranno più nelle schermate, senza doverlo togliere dalle amicizie. (Anche se, mi vien da dire… fatevelo un pensiero su chi frequentate se queste cose sono all’ordine del giorno).

2 - Chi può leggere? Prima di farvi la pippa del non voglio che tutti vedano quello che pubblico dovete sapere che i social sono dotati di filtri di privacy. Potete scegliere prima di tutto chi accettare tra gli amici, secondo potete decidere chi, tra questi amici, può leggere ogni singolo post che pubblicate. Andate in alto a destra dove c’è il lucchetto, cliccateci sopra e troverete delle belle e facili spieghe per capire come creare filtri adatti alle persone che frequentate e ai post che mettete.

Se poi la vostra domanda è Ma se io metto i filtri eppure anche chi non dovrebbe leggerlo lo viene a sapere? la risposta è semplice: frequentate gente che non si fa gli affari propri. Sono dei pettegoli di professione, dei cecchini dei cazzi tuoi mai e nessun filtro li fermerà, solo un sano vaffanculo e il toglier loro il saluto, ma questo tutto rigorosamente nella vita reale.

3 - Ce l’hai con me? – Facebook è il luogo della libertà di pensiero. Di chiunque. Quindi anche del pensiero idiota o del pensiero fuffa. Avete il dubbio che una frase scritta da qualcuno abbia preso per mira voi? Vi faccio una semplice domanda: nella vita reale inseguireste qualcuno sulla porta di casa urlandogli Ce l’hai con me? Mh? Ce l’hai con me? solo perché qualcuno vi ha detto che ha sentito quel tale dire qualcosa su di voi? Andreste veramente a suonargli il campanello per dirgliene un sacco e una sporta, tutto per sentito dire?
Io parto dal presupposto che finché non c’è il mio nome, non è un problema mio.
La netiquette, ovvero le regole delle buone maniere sui social invitano a comportarsi sui media esattamente come fareste nella vita reale. I pettegoli sono sempre esistiti, decidete voi se dare loro retta. Oppure potete sempre giocarvi la carta dell’ironia sullo stesso terreno, dipende come ve la cavate.
A mio avviso vale sempre quella massima di Oscar Wilde che dice mai discutere con un idiota: ti trascina al suo livello e poi ti batte con l’esperienza.

4 - Si ma gli altri sparlano.
Ribadisco: è davvero così interessante alimentare ancora questa diceria? Sicuri che stiate facendo la cosa giusta? Continuare a dire ci sono persone che sparlano non è già sparlare? Avete di meglio da fare? Fatelo.

5 - Non mettete foto se non autorizzati a farlo: essere taggati in immagini imbarazzanti per qualcuno è divertente, per altri è controproducente. Se volete mettere foto pubblicate solo quelle che vi riguardano personalmente e strettamente. Vale soprattutto per le foto coi bambini. Non tutti vogliono le immagini dei propri figli sparate in rete. Vale anche per le attività commerciali:  se avete un locale e volete pubblicare le foto delle serate, chiedete alle persone se potete farlo e soprattutto chiedete di interagire postandone a loro volta. A me è capitato di trovare la foto di mia figlia in una tavolata di un ristorante… avrei potuto fare denuncia - o comunque segnalare il post-  essendo una minore e non essendoci la mia autorizzazione. Occhio.

6 - Conoscete meglio le persone guardando ciò che condividono.
Non c’è niente di meglio che farsi una bella panoramica di ciò che condividono le persone per capire davvero la loro filosofia. Condividere è la parola chiave: sotto un post che vi interessa c’è proprio scritto CONDIVIDI- ovvero mostra che sei della stessa opinione.
Osservate quello che le persone condividono- ovvero che decidono di rendere pubblico come pensiero con cui concordano: vedrete che la mamma che non avete mai considerato molto in realtà adora il buon cinema e ama gli stessi libri che amate voi, oppure che il tizio che incrociate di fretta è un cuoco raffinatissimo e un grande esperto di serie tv.

Oppure potreste scoprire cose meno “alte”, come supercattolici che seguono gruppi ferocemente omofobi, che hanno la stessa opinione riportata su fotografie che inneggiano al razzismo e al boicottaggio di Sanremo solo perché hanno invitato Concita Wurst.
Alla faccia della compassione e dell’accoglienza.

7 - Io non ho Facebook, però lo critico. A mio avviso è una sciocchezza imbufalirsi su qualcosa che non si conosce o si conosce solo vagamente. Volete capirne di più? Studiate, interessatevi, approfondite, fate domande a chi ne sa più di voi. Magari usate i social per un po’ e poi chiudeteli, se decidete che non fanno per voi, ma per favore non condannateli a priori se non li conoscete. Altrimenti rischiate di fare la figura degli sciocchi, e questo no che non è pettegolezzo, ma un dato di fatto.

Come ogni cosa, Facebook e qualunque altro media si può usare bene o male.
Voi ne state facendo cosa buona e giusta?


09/02/15

Mamma Mellin, tu non mi piaci.


Ho capito cosa odio della mamma Mellin: non riesco a fidarmi di lei. Rispetto alle altre pubblicità dove l’incipit era più o meno “il latte materno è fondamentale, ma quando manca c’è Mellin”, ora la cosa mi dà l’impressione che si sia fatta come dire… subdola.

La mamma Mellin non parla a me, madre di una nana di tre anni più o meno come la sua. No.
La Mamma Mellin sta parlando a chi ha bambini appena nati. Si fa pippe sulla temperatura dell’acqua del bagnetto (che cazzo, la tua nana ti sgambetta attorno, avrà almeno due anni e tra un po’ fa la patente: me lo dici perché mi parli della difficoltà del bagnetto? L’avrai capito a che temperatura lavarla 'sta povera creatura? O insisti ancora a spellarla viva come si fa coi polli?)
Si comporta ancora come se fosse all’inizio e non avesse capito come ci si gestisce coi piccoli. Dopo pochi mesi, garantito, il ritmo lo si prende. Passi il panico dei primi momenti, ma poi si va in automatico con tutto: pappe, bagnetto, cambi, cacche e febbri.
Quindi a che gioco giochiamo?
Che confidenza stai cercando? Perché mi parli degli inizi se hai già una figlia che cammina?

E poi c’è questa cosa che mi piace poco, ovvero il non nominare mai quello che mi stai vendendo.
Chiamare le cose col loro nome è sinonimo di chiarezza. Perché non dici mai “latte in polvere?”, perché te ne vergogni?
Intendiamoci: sono una gran sostenitrice del latte artificiale. Ho allattato la mia prima figlia fino ai dieci mesi, col secondo invece il latte è mancato e l’ho tirato su a litri di latte artificiale. Mellin, per la precisione.
Non mi ha fatto differenza. E nemmeno a loro.
Ogni volta che qualche amica mi va in paranoia feroce perché non riesce ad allattare la tranquillizzo dicendo che il latte in polvere vale tanto quanto, che i bimbi cresceranno comunque bene, che non devono sentirsi in colpa e che così anche il padre ha l’opportunità di essere più partecipe.
Ma se in pubblicità non mi dici chi sei e cosa fai, allora non me la racconti giusta.
Perché mi parli di istinto materno? L’istinto materno è un’invenzione per accollare a noi donne le responsabilità della prole. L’istinto materno non esiste. È una cazzata che vi siete inventati per qualificare qualcosa che si chiama amore e che anche un padre farebbe, se avesse le tette e dovesse allattare. Ma spesso il latte manca, e allora ecco qui il biberon che anche un padre può gestire serenamente.
E poi si parla del grande barattolone blu, quello che ti dice cosa fare.
A me il barattolone non ha mai palato. Il barattolone ha traghettato mio figlio fino allo svezzamento a colpi di decine di euro a botta (per circa una ventina di biberon a confezione; ma quello dei primi mesi costa decisamente di più).
Io posso solo parlare bene del latte in polvere e in particolare del latte Mellin, ma mi viene da dire ogni male di questa mamma che pubblicizza con modi che non riescono a ispirarmi fiducia, dicendo e non dicendo, rimanendo nel vago.
Vendi latte in polvere. E tutti non vedono l’ora che i nani crescano per passare al latte vaccino e smetterla di svenarsi ogni settimana per comprarlo. Questa è la verità. (Quindi mi spiace ma no, non ci peno proprio a comprarmi il latte crescita dall’anno in poi. Ma neanche se me ne mandate un bancale a casa).
Non rifilateci altro, per favore. Non è una guida, non è una sicurezza: è la soluzione di un problema. Questo sì. Si chiama latte in polvere. O artificiale, se preferite. Chiamatelo per noi. Noi mamme che l'abbiamo usato lo facciamo, e senza vergogna. Non vergognatevene voi per primi. L’avete fatto così bene fino ad ora…

28/01/15

Fare figli.


Fare figli è così: ti riduci solo a lavorare, a fare delle gran lavatrici e asciugare nasini che perdono il moccio, e solo quello, quando va bene. Se va male sei di turno continuo con questi esserini che piangono, o si lamentano, o vogliono attenzioni, o vogliono vedere per l'ennesima volta (e nota bene- "l'ennesima" quantifica una cifra che va dalle 30 alle 700 volte) lo stesso cartone in DVD.
È un fatica immane, e qualcuno ve lo deve dire se state pensando di figliare. Perché sarebbe disonesto non dirvelo.
Fare figli è un reato contro la libertà. Una bomba a orologeria nel rapporto di coppia.
Lo dovrebbero vietare per legge. Dovrebbe essere vietato avere figli.
E dovrebbero dare un premio a chi, coraggiosamente, decide di non averne facendo di questo mondo un posto migliore.

Lo so, qualcuno mi prenderà per pazza: sono già pronta a sentirmi dire “se non li volevi potevi non farli”, ma il bello è qui, che finché non compri non sai perché nessuno te la dice, la verità. Acquisti a scatola chiusa e lo scopri solo quando scarti il pezzo.
Avessero almeno la decenza di farti avere dei servizi per permetterti di vivere. Babysitter. Assistenza al lavoro. Aiuti economici. Io sono fortunata: ho una nonna che mi tiene i piccoli, ma dalle 18 in poi fino al mattino alle 9 sono miei, e quando dico miei vuol dire che non ho nemmeno il tempo di andare in bagno.
È un ciclo senza fine, un turno senza pause, un lavoro che prevede solo straordinari e senza retribuzione.
Per carità, poi l'aspettativa sociale vuole che a questo punto della frase io inserisca un "però sono adorabili, senza non sarebbe la stessa cosa". Invece no, senza potrei andare finalmente al cinema, potrei finalmente leggermi un libro, mettermi i tacchi, spendere i soldi che guadagno pensando solo a me, potrei andare in palestra e avere il tempo di sentirmi libera e viva.
Invece ogni giorno, ogni secondo buono è speso per il lavoro o per loro.
Sbaglio io che non mi so organizzare? Sfido chiunque a farlo.
Voglio un boccaglio, uno spiraglio di ossigeno, un po’ di vita che sia mia e non più solo quella di mamma, e quindi loro. Dove sta scritto che è finito il mio diritto di sentirmi ed essere donna in favore solo ed unicamente dell’essere mamma?
Arrivano, eh, arrivano anche qui, ora, i commenti del “che ti lamenti a fare?” “Che pessima madre che sei”. Ma chi ha detto che serva sempre essere una buona madre? Chi l’ha detto che “la mamma” è solo quella cosa lì.
Un bel detonatore vi ci vuole. Qualcuno che vi tolga tutti quegli etti di prosciutto tagliato a fette spesse che avere sugli occhi facendo finta che vada tutto bene.
Non ho una famiglia fantastica. Ho una famiglia normale, con bambini che vomitano quando hanno la febbre e vanno a letto solo se li imbottisci di cartoni, storie e coccole. Sono adorabili? E chi ve l’ha detto?
I gattini in foto sono adorabili. Quando si fanno le unghie sulle tue scarpe appena acquistate non lo sono più.
I bambini sono un lavoro a perdere. Sono una fatica immane e immorale.
Fatica, capito? Fatica fisica. Che prevede lunghi mal di schiena, notti insonni, fasce contenitive perché dopo il parto il tuo corpo non è più lui.
I bambini sono feroci, voraci, maledettamente egoisti.
Sono quello che vorrei continuare a essere io ma non posso, perché ormai mi devo occupare di loro.
Quindi se vi sentite anche voi mamme un po’ schifose perché non sorridete come nella pubblicità dei Pampers, se anche voi dareste fuoco alla mamma della Mellin e al suo cazzo di barattolone blu, se anche voi vi girate dall’altra parte, a letto, quando piangono, perché pensate “non muore mica anche se sta lì a sgolarsi un po’”, beh, benvenute nel club. No, non è una famiglia, guardiamocene bene.

Se state pensando seriamente di fare dei figli vi dico di no.
Vi presto i miei per fare un giro di prova.
Venite qui qualche sera, vi faccio fare un rodaggio serio.
Fare figli vuol dire ipotecare la libertà per un numero non definito di anni.
E non liberarsene più.
State ancora aspettando la frase consolatoria che vi dica “quanto è meraviglioso averne?”
Qui non la troverete.
Non fate figli.
Lasciate perdere.
Ne fanno già abbastanza i cinesi.


(fanculo, in tutto questo mi son dimenticata di mettere su la verdura per il passato. E adesso cosa gli do da mangiare?)

13/01/15

A un anno dalla Macelleria Messicana.


È passato un anno, Giovanni.
Un anno da quando sei nato.
Eppure non riesco a dimenticare. Non riesco a far diventare quel giorno solo il nostro ricordo. Di me e te.
La nascita di noi due come madre e figlio.
Per tua sorella è stato diverso. Per tua sorella, nonostante il dolore di 10 ore di travaglio, quel parto è stata una gioia. Per te no. Per te ricordo solo lo schifo della gente, le male parole, lo sfregio, l’umiliazione, e spero mi perdonerai, perché io non posso perdonare loro.
Non posso lasciar passare il fatto che ci abbiano tolto il ricordo, piccolo mio.
Io e te non abbiamo il primo abbraccio, non abbiamo il primo vagito. Non abbiamo neanche un momento che posso ritenere unico e speciale.
Ci hanno scippato la gioia, tesoro. Ci hanno rubato la magia della nascita, che può essere magia anche per un cesareo, se chi hai intorno ti fa vivere quel momento bene.
Io di quel giorno mi ricordo la menzogna, le bugie che mi hanno detto dall’inizio. Ricordo l’incompetenza della persona che mi ha assistita. Ricordo la sua faccia, i suoi modi sgarbati, ricordo le parole dette prima per sminuirmi, poi per sbeffeggiarmi.
Ricordo le urla, gli insulti delle altre ostetriche e della ginecologa.
Ricordo l’odio, profondo che ho provato. E la paura di morire. In quel giorno che doveva essere di nascita io ho avuto paura della morte, e lo ammetto tesoro, ho avuto paura prima per me che per te.
Non sei nato nell’amore, ma sei arrivato in una specie di campo di guerra, tra gente che mi urlava che la dovevo smettere, come se non fosse un mio diritto volerti far venire alla luce in piena sicurezza e in un modo più civile e umano.
Sei arrivato nell’odio. Io, mentre ti partorivo, odiavo. Ho voluto il male di tutte quelle persone che mi hanno tanto umiliata quel giorno.
Mi spiace, avrei voluto accoglierti piena di gioia, mi hai trovata piena di rancore, arrabbiata, delusa e devastata.
Tanti mi hanno detto “lascia perdere”, ma tua madre è così, è una cocciuta, te ne sarai accorto. Tua madre non lascia correre.

Il giorno della tua nascita, il nostro giorno, doveva essere un giorno speciale Giovanni.
È diventato il giorno in cui invece celebro il ricordo dell’incompetenza della struttura sanitaria che ci ha accolto.

Non posso dimenticare. Non ci riesco.
Spero mi perdonerai per questo. Non avrò cose belle da raccontarti ma solo le urla, il rancore, il freddo di quella stanza.
E finalmente il tuo viso, quando mi sono svegliata dall’anestesia.

Non ho momenti belli, tesoro. Dovrai avere la pazienza di costruirli con me giorno per giorno. Ce li hanno tolti senza pensare a cosa significhi. Mi hanno fatto barattare la tua nascita con la violenza.
Calci in faccia al posto di un figlio, prendere o lasciare.
Mi hanno fatto fare i conti con la morte, mi hanno fatto provare l’estrema paura di non potercela fare. Invece eccoci qui, con te che quasi cammini e io che mi gratto le cicatrici che ancora prudono.

Ci hanno tolto il ricordo, tesoro. Quello non è risarcibile. Quello non lo possiamo rifare.
Posso solo promettere bei giorni a venire.
Quello che mi fa rabbia è che tutto questo si poteva evitare. Se solo le persone avessero fatto il loro mestiere come andava fatto.
È passato un anno dalla nostra macelleria messicana, e quella che è stata per me continua a esserlo per molte altre donne che passano in corsia.

Giovanni, buon compleanno amore mio.
E mi spiace che il tuo primo inno alla vita sia stato un sonoro vaffanculo di tua madre.


(Ho solo un pensiero, ancora per la donna – la pessima ostetrica che ha fatto tutto questo: le auguro di rimanere presto incinta, di avere la stessa identica assistenza che lei ha dato a me, e nel momento in cui prova il maggior dolore, quando si troverà a invocare un cesareo e ad avere la paura di morire, spero che la persona accanto a lei le dica le stesse parole che lei mi ha rivolto quel giorno: “Piantala di fare i capricci”. Tanti auguri anche a te, stronza.)


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